lunedì 22 febbraio 2010

Una rivoluzione copernicana (Come e perché ho deciso di non subire più gli uomini...)

Tutto è cominciato la sera di Natale. Non la vigilia, ovviamente, quella è un’occasione di festa.

No, la sera del giorno di Natale. Ero, infatti, in una situazione di ombrosa, piangente calma, leggiottando passi di Montaigne e vagolando come un’anima in pena in attesa di una telefonata (che poi giunse, solo per peggiorare le cose).

Con le otto di sera, pareva che avessi raggiunto l’acme del malessere (sbagliato, quello arrivò a Capodanno: non c’è mai limite al peggio…), quando mio fratello (che non per nulla è un genio) mi propose una partita a Scarabeo.

Sissi, a Scarabeo. Non ci giocavo da una vita, quindi mi parve una buona idea. O, quanto meno, non cattiva. Cos’altro avrei potuto fare, visto che il mio fidanzato aveva pensato di avere due donne contemporaneamente?

Comunque, armati di leggii e di tesserine (io con una piva lunga come una Quaresima), cominciammo. Gioco intelligente, Scarabeo (specie se decidete di giocarlo in inglese o in francese), e divertente, se ve lo rammentate, soprattutto per i commenti idioti, maliziosi, allusivi, politici, lapidari, in cui Michele (mio fratello) si lancia in questi casi.

Quand’ecco che mi compone una parola che, lì per lì, non vedo (e che gli fece guadagnare molti punti). Ma certo sento il commento: “Quello che dovresti fare con gli uomini…”

La parola in questione era

USALI

Mio fratello minore, il fratellino adorato e sempre un po’ piccolo, ma anche un giovane uomo con tutti gli ormoni a posto e un cervello iperpensante, mi stava dando la chiave della soluzione a tutti i miei problemi. O, se non altro, un buono spunto per arrivarci.

E da questo, e altre riflessioni successive, è nata la rivoluzione copernicana.

Carissime amiche, siamo nella presunta era del female empowerment, collezioniamo master e lauree, siamo manager, professioniste, giornaliste, medici, magistrati, professoresse di ogni ordine e grado, artiste, fotografe, scrittrici, stiliste… ma, in certe ore del giorno (e della notte), ci ritroviamo sole, sedute sul letto, in camicia da notte, gementi e flenti su “lui” che non c’è, non c’è mai stato, se n’è andato, non ci vuole, mangiando cioccolatini e bevendo thé verde e attaccando bottoni chilometrici ad amici o amiche del cuore (che magari vorrebbero dormire).

E il mattino dopo, in tailleur e tacchi alti, riprendere la nostra vita grintosa di sempre.

Come può esser questo, mi chiedo, io, che proprio recentemente ho affrontato per l’ennesima volta questo annoso problema? Possibile che Sex and the City non sia solo una sit-com ma uno spaccato di vita reale? Possibile che siamo tutte un branco di schizofreniche, durissime nel lavoro e fragilissime nella vita privata? Perché la fragilità, che in sé è un valore, un arricchimento della persona che quindi risulta essere anisomorfa (grandissimo valore a nostro avviso), che tanto dovrebbe, secondo più d’uno psicologo, attirare affetto, ci si ritorce contro (sei troppo fragile, non posso sopportare la situazione)? E perché, per contro, la grinta, la forza, che sono altrettanto un valore, che ci hanno permesso di sopravvivere e di affermarci, diventano improvvisamente un ostacolo (sei troppo dura, troppo rigida, troppo in competizione)? Perché, quale che sia la nostra natura, loro, gli uomini, i maschi, hanno sempre il coltello per il manico?

A queste domande dobbiamo, tutte insieme, dare una serie di risposte, perché vedete, carissime amiche, noi abbiamo imparato ad essere come gli uomini senza però essere realmente uomini.
Ad un uomo si perdona fragilità (tanto siamo infermiere), durezza (tanto siamo masochiste), stronzaggine (sic, tanto siamo stuoini), indecisione (tanto ci siamo noi a seguire sempre come cagnolini). Ad una donna, mai.

E dunque? Subire per sempre in attesa dell’uomo giusto (che potrebbe non arrivare mai)? Mettersi in caccia oppure attendere l’acquisto?

Né l’una né l’altra cosa, ovviamente. La caccia non si addice ad una signora (perché caccia solo chi ha bisogno, e noi siamo in un’era in cui una donna veramente in gamba non ha bisogno di un uomo per avere ciò che vuole), e la vetrina del fruttivendolo, in attesa che passiamo di stagione, non è da par nostro.

E allora, intraprenderemo, con eleganza e decisione, un nostro personale viaggio nell’universo maschile, di cui daremo conto periodicamente sul blog, per cercare di comprendere non già se esista (o non esista) il fantomatico “Principe Azzurro”, quanto piuttosto quanto siamo disposte a sacrificare di noi stesse pur di trovarne uno. Non già se noi siamo tanto perfette per ottenere il “Lui” che desideriamo, quanto piuttosto se “Lui” ci merita.

Perché le rivoluzioni copernicane sono proprio questo. Il mutamento della prospettiva.